Azienda agricola multifunzionale

La centralità dell’agricoltura nel sistema produttivo

 

Il sistema produttivo costituito dal mondo agricolo immette nel mercato del consumo i beni elementari necessari alla sopravvivenza dell’umanità. L’ampiezza di questa affermazione porta in se una serie di implicazioni che debbono essere valutate come premessa ad un ragionamento sulla centralità dell’agricoltura per uno sviluppo globale sostenibile e per l’individuazione dei temi politici di maggior rilievo da inserire in un percorso di sviluppo costruito sulla “multifunzionalità”. Le società moderne che in modo diverso si sono consolidate in tutti gli stati non percepiscono in modo adeguato questa realtà, avendo subito gli effetti di un progressivo distacco cognitivo dovuto alla mancanza di percorsi educativi adeguati e delle distorsioni provocate dal fenomeno della globalizzazione. Oggi più che mai le dinamiche mondiali sono influenzate dalla disponibilità di risorse alimentari o meglio da una loro inesatta ed ineguale distribuzione, o sperequazione. Quest’ultimo fenomeno, per fermarci soltanto ai fenomeni più macroscopici, è all’origine dei flussi migratori dagli stati localizzati nei Paesi in Via di Sviluppo verso i  Paesi Industrializzati. Anche le Regioni dello stato italiano vivono, in modo differente da regione a regione, la “disponibilità” di risorse alimentari.

 

Questa premessa serve ad accennare alla centralità dei “sistemi rurali” come punto di partenza delle riflessioni che si faranno nel seguito, mostrando per quali vie si identifichi una relazione di fatto ed altre potenziali, tra agricoltura e politiche per la vita dell’uomo e per lo sviluppo e per affrontare le dinamiche del sistema socio-economico corrispondente.  In modo particolare si porrà in evidenza come la politica agricola rivesta un ruolo centrale anche per gli effetti che genera od è in grado di generare in ambiti apparentemente legati ad altri settori dello sviluppo come quelli identificati grandi temi dell’energia e del risparmio energetico. E’ bene sottolineare sin d’ora che il nuovo paradigma della politica ambientale individua una centralità dell’agricoltura legata anche agli aspetti di gestione e valorizzazione del territorio e dell’ambiente intesi d’ora in poi come “beni comuni”, giustificando in tal modo ed in senso non esclusivamente economista il contributo finanziario che la collettività deve apportare al sistema agricolo. La difesa ed il mantenimento dei “beni comuni” costituiscono tra altri il reale valore aggiunto portato dalla multifunzionalità dell’agricoltura

 

E’ necessario in premessa fare alcune brevi considerazioni. Nel sistema economico globale coesistono principalmente due distinte “macro-visioni” del ruolo dell’agricoltura nel sistema produttivo che generano un dibattito continuo al livello sia internazionale che nazionale. La prima visione (a), legata ad alcune culture dominanti e post-fordiste affida all’agricoltura un ruolo minoritario nell’economia con tutta una serie di effetti conseguenti sul piano politico che debbono di volta in volta essere analizzati. La seconda visione (b) è più collegata ad un’analisi puntuale del sistema economico globale condotta da organismi internazionali che possono ancora essere considerati sufficientemente indipendenti, da cui emerge un quadro decisamente diverso di qualificazione sia dei sistemi rurali che degli attori che ne sono gli ingranaggi fondamentali, gli agricoltori.

 

a) Per gli economisti capitalisti i piccoli produttori agricoli, che compongono il tessuto produttivo principale del sistema economico, sono spesso indicati come elementi a bassa produttività; il livello di attenzione dei governi delle diverse nazioni verso la necessità  delle imprese e dei distretti rurali su cui insistono è in conseguenza piuttosto basso; questa situazione determina tra gli altri effetti negativi una scarsa distribuzione di risorse economiche che limita l’instaurarsi della multifunzionalità nelle imprese agricole. [o]

 

b) I dati della FAO, tra gli altri, sovvertono in modo drastico le indicazioni degli economisti capitalisti,  affermando che l’agricoltura su scala familiare è più produttiva dell'agricoltura  industriale su larga scala. Questa conclusione, derivata dai dati di circa un decennio di osservazioni e monitoraggio, è di fondamentale importanza, dovendo affrontare il tema della “promozione della multifunzionalità”, per accennare ad un possibile mutamento dei principi su cui  si fondano le attuali politiche di sostegno e di sviluppo della maggior parte dei  paesi industrializzati. 

 

Coloro che promuovono l’agricoltura industriale giustificano l'intensificazione dell'uso di sostanze chimiche e del consumo di energie in quanto elementi necessari per nutrire una popolazione sempre crescente.  Questi elementi avrebbero la funzione di aumentare la produttività e quindi la quantità di alimenti disponibili. A questo punto, prima di procedere, è necessario fare una riflessione sul significato di produttività: si definisce con questo termine la produzione rapportata alla quantità di fattori utilizzati: risorse naturali, (acqua,materia organica), energia, prodotti chimici ecc. Il consumo intensivo,ad esempio,di carburanti con l'uso di macchine agricole sostituisce il lavoro umano e contribuisce cosi a concentrare la proprietà in grandi aziende.  Quando si sceglie il lavoro umano impiegato come "fattore" per calcolare la produttività, si finisce per rilevare “sulla carta” una produttività agricola maggiore, una disponibilità alimentare accresciuta, mentre in realtà, molte risorse energetiche e chimiche sono state sprecate, sono stati modificati modi di vivere con un conseguente spopolamento delle aree rurali portando di fatto ad aggravare la situazione alimentare. A conti fatti, poiché l'agricoltura industriale è altamente consumatrice di fattori produttivi primo fra tutti l’energia e non ne è affatto preservatrice, dobbiamo dedurre che la sua produttività sia realmente minore. E certamente, anche nei casi limite, non possiamo affermare che l'agricoltura industriale abbia una produttività superiore all'agricoltura tradizionale o biologica. L’analisi brevemente riportata in questa nota si fonda anche su uno studio pubblicato sulla rivista Scientific American che ha confrontato le policulture tradizionali e le monoculture industriali. Le prime producono 100 unità alimentari per 5 unità di fattori della produzione mentre le seconde per produrre le stesse 100 unità alimentari hanno bisogno di 300 unità produttive! Le 295 unità disperse dal sistema industriale potrebbero fornire 5900 unità alimentari con la policoltura. E’ evidente dunque quanto sia forte la necessità di integrare nel sistema rurale nuovi fattori nel contesto di una multifunzionalità strutturata che possano influenzare l’agricoltura su grande scala e migliorare la competitività e la stabilità delle imprese di piccole dimensioni agendo localmente sulle leve economiche e sociali. La possibilità di impiegare il fattore umano produttivo con migliori risultati implica inoltre la preservazione dei livelli occupazionali ed in taluni settori della multifunzionalità è in grado d’imprimere una spinta propulsiva per l’incremento occupazionale. E’ il caso, per fare un esempio, delle coltivazioni “dedicate” per il settore energetico di cui si parlerà più avanti.

 

L’energia dell’agricoltura

 

Riprendendo quanto detto nell’introduzione relativamente al rapporto economia rurale – società, è evidente come, ancora una volta, l’agricoltura possa fornire un sostegno decisivo al cambiamento, dotandosi gli strumenti adatti per definire nel contesto della multifunzionalità una relazione chiara tra la produzione dei beni, l’energia e la sua gestione.  L’agricoltura, industriale o locale, è sempre scarsamente energivora se paragonata alle filiere produttive che seguono la trasformazione dei beni primari e delle georisorse. Viceversa l’agricoltura è “globalmente” energivora considerando la larghissima scala cui si rapporta. E può essere globalmente fonte di energia se dotata di appropriati strumenti di produzione e di gestione. Il mondo moderno conosce forme di agricoltura molto diverse, disseminate ai quattro angoli del globo. Cambiano le varietà, le specie coltivate, vi sono meccanismi di cura e di raccolta adeguati alle condizioni climatiche all’organizzazione sociale, alle caratteristiche del bene coltivato. In ogni luogo del mondo l’esperienza agricola lega la produzione al consumo ed alla produzione di energia in modo non coordinato, dovendo rispondere di bisogni locali o di mercato, rivolgendosi quasi sempre altrove, esternamente alle attività agricole, per l’approvvigionamento energetico. Quindi una prima “parola chiave” da registrare nella nostra riflessione è “coordinamento”.

 

La rete dell’energia: il “sistema” agricoltura-rinnovabili

 

Se tutti i produttori del settore agricolo e zootecnico fossero impegnati per costituire una rete di raccolta dell’energia prodotta con fonti alternative, ad esempio con sistemi eolici o con le biomasse in eccesso con processi adeguati di selezione o utilizzassero in modo adeguato le superfici disponibili per una produzione dedicata, trasferendo sulla piccola scala la possibilità di produrre energia pulita per il trasporto o ad uso delle imprese di trasformazione, si innescherebbe un processo di sostenibilità reale in grado di investire tutte le categorie produttive. In un contesto siffatto assumerebbero un ruolo rilevante:

 

a)           l’idrogeno, ottenuto direttamente dalle biomasse per processi di pirolisi ovvero attraverso elettrolizzatori connessi a sistemi eolici e microeolici, a sistemi di captazione  dell’energia solare, a sistemi di combustione delle biomasse in apposite centrali, a turbine e microturbine idroelettriche;

 

b)          i biocombustibili ottenuti da coltivazioni dedicate ovvero attraverso la manutenzione del sistema forestale con l’obiettivo di garantire il funzionamento dei mezzi agricoli o per successive trasformazioni chimiche necessarie allo sviluppo di altri comparti. 

 

L’attivazione di aziende agricole di grande estensione collocate nel contesto regionale ed in grado di operare con un ruolo di coordinamento al fianco delle imprese tecnologiche e finanziarie e l’organizzazione consortile di altre più piccole per la concentrazione dei conferimenti produttivi possono essere inoltre la piattaforma ideale per una economia energetica solare e del vento su scala locale. La prima forma di produzione infatti richiede la disponibilità di superfici molto ampie ove collocare la risorsa produttiva, ovvero i pannelli fotovoltaici o le parabole a concentrazione in abbinamento alla produzione di biomasse, scegliendo le soluzioni più adeguate dal punto di vista paesaggistico e quindi si attaglia bene alle aziende di grande ampiezza. La seconda richiede oltre alle caratteristiche enunciate anche la disponibilità di un area con caratteristiche idonee per garantire un ritorno economico di livello ma si attaglia ad aziende di dimensioni piccole e piccolissime che non hanno la possibilità di rinunciare alle superfici produttive se non in misura limitata ed integrando le soluzioni fotovoltaiche in sistemi serricoli o capannoni destinati alla lavorazione ed alla conservazione dei prodotti agricoli. 

 

L’economia rurale si potrebbe in questo modo arricchire di un valido “motore”, al servizio della rete agricola e delle industrie di trasformazione o distribuendo sul mercato, in Italia attraverso la “borsa elettrica”, energia prodotta da fonti rinnovabili ottenendo anche le premialità riconosciute per l’energia “verde”. In tal senso si potrebbe sviluppare una specifica borsa per l’energia proveniente dal mondo agricolo: la borsa dell’energia rurale.

 

A valle del percorso di produzione è necessario però impostare correttamente le dinamiche dell’innovazione per garantire il successo della produzione energetica locale che attualmente è ostacolato in primo luogo dai meccanismi di distribuzione e dalla scarsa regolarità dei  carichi elettrici prodotti. Per questo può venire in aiuto una nuova modalità di  trasformazione e conservazione dell’energia ovvero quella connessa ai cicli di produzione e trasformazione dell’idrogeno. Questi cicli devono essere promossi attraverso adeguate politiche di diffusione e protetti dagli oneri fiscali nella prima fase del loro consolidamento. La Regione dal canto suo deve introdurre una procedura semplificata per l’autorizzazione dei progetti di agricoltura multifunzionale che rispondano ad uno standard predeterminato elaborato di concerto con le associazioni di categoria.

 

La politica dell’idrogeno

 

La politica dell’idrogeno è una politica fortemente “locale” che richiede un alto livello di concertazione sul territorio. E’ necessario di volta in volta valutare la situazione di una determinata area geografica – distretto rurale, e selezionare le tecnologie di produzione energetica più appropriate che possano introdurre una trasformazione energetica “verso l’alto” che conduca alla produzione di idrogeno da elettrolisi dell’acqua o attraverso processi di gassificazione. L’idrogeno così prodotto per successive trasformazioni, sarebbe impiegato per produrre energia elettrica “stabile” e “continua” da introdurre sulla rete primaria. Le perdite corrispondenti alle diverse fasi di trasformazione sarebbero ampliamente compensate dalla qualità del servizio energetico e dall’indipendenza dalle fonti tradizionali. Le dimensioni potenziali della rete del sistema rurale attivato per realizzare una politica energetica integrata sarebbero infatti in grado di competere sul mercato dell’energia globale basata sulle risorse tradizionali. Grandi o grandissimi volumi di energia si potrebbero muovere sul mercato, restituendo alla produzione agricola un ruolo centrale nell’economia,.

 

E’ per questo necessario pensare un modello che porti a soluzioni efficienti su piccola scala avendo in mente il potere propulsivo delle reti, che sono in grado di mettere a sistema piccoli valori per un grande obiettivo comune. Per questo sistemi energetici semplici e di piccole dimensioni, come quello riportato in figura, possono trovare facile applicazione, sostegno economico delle  istituzioni nazionali ed europee. L’Italia potrebbe facilmente essere il “motore” di questo cambiamento, elaborando un paradigma di produzione dell’energia cui corrisponda un modello definito delle unità energetiche per il mondo agricolo che una volta collaudato potrà essere esportato negli altri paesi del mondo.  Si tratta di un’ipotesi non peregrina ed è da considerarsi non soltanto attuabile ma anche autosostenibile sul piano economico a partire dai territori.

 

Per il mondo rurale esistono infatti già ora soluzioni “concrete” che permettono l’integrazione di sistemi energetici a basso o nullo impatto ambientale. In modo particolare deve essere adottato come punto di riferimento il modello dei “cicli chiusi”, che prevede l’integrazione delle risorse energetiche locali con sistemi di produzione, stoccaggio e distribuzione dell’idrogeno per la riconversione in energia elettrica o meccanica per le attività agricole o il trasporto di cose e  persone.  È evidente che l’agricoltura moderna ha bisogno di percorsi formativi sull’innovazione tecnologica in agricoltura in materia di energia e gestione delle risorse destinati specificamente  al mondo rurale che permetta di comprendere ed accettare questo modello.

 

Avviare una politica di mera  defiscalizzazione e di abbattimento dei costi del carburante per il settore agricolo potrebbe determinare un “passo indietro” nella politica energetica rurale. Piuttosto, dovendo e potendo fare investimenti che ragionevolmente potrebbero basarsi sul tagli alle voci di spesa meno produttive, come quelle militari, sarà bene procedere con una azione di governo in grado di “sostituire” definitivamente, alterando il processo del consumo, quelle fonti non rinnovabili che costituiranno sempre un laccio al collo dell’economia rurale e più in generale di tutta l’economia.

 

H2

H2O

O2

 

Agricoltura ambiente ed energia

 

L’evoluzione della politica agricola ha imposto riflessioni in tutte le sue aree strategiche e ad una “rivisitazione” del rapporto tra l’agricoltura ed i fenomeni naturali ed alla trasformazione del territorio. E’ evidente per quanto premesso come vi sia non soltanto un legame ma una vera e propria una stretta interdipendenza dell’agricoltura con i settori dell’energia e dell’ambiente.

 

Nel contesto dell’agricoltura italiana questa condizione potrebbe portare ad un nuovo scenario locale in cui l’imprenditore agricolo sia proprietario non più d’un “fondo coltivato” ma di una vera e propria azienda multifunzionale, e multisettoriale, produttore quindi non solo di beni alimentari, o di servizi ambientali, ma anche di energia per la collettività. E’ bene capire che questo scenario locale potrebbe fornire le risposte alle domande irrisolte nel sistema globale di consumo nel quale le risorse energetiche tradizionali si stanno velocemente esaurendo: l'attuale consumo annuo di petrolio è quattro volte superiore rispetto all'apporto dei nuovi giacimenti e per i prossimi 30-35 anni il petrolio rimarrà la principale fonte di energia. L'esaurimento delle scorte potrà essere ancor più rapido se guardiamo ai consumi del colosso Cina, la cui domanda energetica è quasi raddoppiata nell'ultimo decennio e sarà, entro il 2020, analoga a quella degli Stati Uniti. Tutto questo mentre il gas naturale mostrerà crescenti consumi a scapito del carbone, ed assai incerto è il futuro del nucleare.

 

Entro i prossimi 6 anni (2021), occorrerà dunque portare il contributo delle energie dette “rinnovabili” al 15% almeno del totale degli attuali consumi mondiali, stimati nell'ordine di 9.000 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), ma suscettibili forse di raggiungere i 14.000 Mtep/anno nel 2020, con un aumento, quindi, che interesserà i Paesi in via di sviluppo per circa il 60% del totale

 

Quali rinnovabili?

 

Ma quali sono le risorse rinnovabili già disponibili per un’applicazione estesa? Al momento sono l'eolico, il fotovoltaico, la microidraulica, il solare termico, l'idrogeno, le biomasse, la fermentazione anaerobica. Il principale problema delle energie rinnovabili è rappresentato dal funzionamento rigido nel tempo (il sole, ad esempio, c'è quando c'è, e così il vento). Da qui l'esigenza, per non dover ricorrere a dispendiosi sovradimensionamenti e a sistemi di accumulo, di supplire l'energia necessaria mediante i "sistemi energetici integrati", cioè sistemi composti da due o più fonti rinnovabili in funzione della specifica domanda (elettrica e/o termica) delle utenze.

 

E, a partire dallo stesso punto la necessità d’introdurre un meccanismo di “buffer”, o meglio di accumulo dell’energia prodotta in eccesso che sia sostenibile ed economicamente competitivo. E’ in questo contesto che fa la sua apparizione l’Idrogeno come “vettore” dell’energia. 

 

I contesti ideali le dimensioni applicative

 

E quali sono i contesti ideali dove l’applicazione delle metodologie per la produzione di energia a partire dalle rinnovabili può fornire i migliori risultati? Probabilmente la soluzione vincente e governabile nel futuro, prescindendo dal contesto, sarà quella che permetterà di produrre con i diversi accorgimenti tecnologici energia elettrica per la rete e/o energia termica a servizio sia del fabbisogno interno sia per realtà esterne alle aziende agricole (tipo teleriscaldamento) con una sapiente integrazione dell’idrogeno a garantire continuità e qualità dell’energia. E’ anche vero che le considerazioni introdotte dagli strumenti scientifici di valutazione ci spingono inoltre ad affermare ancora una volta che il “piccolo” dovrà trovare, negli scenari futuri della sostenibilità, una sua collocazione equilibrata con il “grande”, fondendosi tutto nel concetto sintetico di “glocale”. Dunque piccole aziende e superfici coerenti da impegnare. Per questo è necessario adottare nei sistemi energetici una metodologia che permetta alle amministrazioni di “calcolare” e di decidere. Questa metodologia prevede che il decisore politico disponga di uno spazio tecnologico entro il quale mettere a confronto le risorse energetiche locali con i fabbisogni, anche definendo “scenari futuri” per la predisposizione di interventi qualificati e qualificanti per il territorio.

 

 

La soluzione delle biomasse, il recupero delle funzionalità e l’integrazione delle altre rinnovabili

 

Una soluzione tecnica per garantire al sistema agricolo un meccanismo per contribuire rapidamente al fabbisogno energetico planetario è costituita dagli impianti di trasformazione delle biomasse. Questi impianti, la cui maturità tecnologica è ormai molto avanzata, possono trasformare un “combustibile” che può essere “dedicato” e quindi provenire da specifiche coltivazioni oppure “derivato” dagli scarti dei cicli di trasformazione dei prodotti agricoli per le finalità dell’alimentazione umana ed animale. Da non trascurare l’apporto legato agli ambiti forestali e la possibilità di produrre biomasse in contesti intermedi tra le aree rurali e quelle strettamente urbanizzate attraverso progetti come quello delle “siepi energetiche”. E’ bene tener presente che le biomasse da sole non possono costituire, in determinati contesti, la soluzione definitiva ai problemi energetici di una certa area ed in taluni casi non sono in grado di fornire neanche il minimo apporto. E’ evidente che debbano concorrere alla soluzione tutte le forme di energia rinnovabili adatte ad un determinato contesto. Eolico e solare, termico e fotovoltaico, debbono come detto in precedenza “integrarsi” in un sistema energetico, un nuovo concetto che è bene introdurre.

 

Ritornando alla questione centrale per il mondo agricolo, è bene sottolineare i vantaggi determinati dagli impianti di trattamento delle biomasse. Questi vantaggi sono molteplici per l’ambiente: la trasformazione delle biomasse, non necessariamente la loro combustione, non determina una variazione del bilancio di CO2 in atmosfera, rispondendo in questo modo alle direttive di Kyoto e garantendo una riduzione dell’effetto serra. La CO2 rilasciata durante la trasformazione delle biomasse per fini energetici è stata infatti “catturata” dai vegetali coltivati (per finalità energetiche e non), proprio dall’atmosfera. Questo determina una situazione d’equilibrio che nessun altro sistema rinnovabile od alternativo è in grado di garantire.  Le biomasse possono essere inoltre, con specifici procedimenti, trasformate in idrogeno per via diretta garantendo la copertura di un’ampia varietà di fabbisogni. L’opportunità offerta dalle biomasse di essere trattate in impianti di piccole o piccolissime dimensioni senza perdere i vantaggi delle economie di scala ne fa una opzione estremamente importante per il mondo agricolo e per le comunità locali.

 

Quando parliamo di microimpianti nel caso delle biomasse identifichiamo una gamma compresa tra i 300 kw ed 1 Mw di potenza di produzione nominale. Questi impianti possono avere tecnologie diverse ed essere finalizzati alla produzione diretta di energia ovvero alla produzione indiretta. E’ quest’ultimo il caso dei gassificatori ad idrogeno, la torre blu di Hannover ne è un esempio descritto nel seguito, il cui prodotto, idrogeno quale vettore dell’energia, deve poi essere immesso in cicli successivi che ne sfruttino la potenzialità energetica (celle a combustibile, turbine etc).

La scelta dell’impianto sulla base di questa prima grande divisione, a produzione diretta o indiretta di energia dalle biomasse, è operata sulla base delle necessità energetiche locali e della politica energetica che si decide di attuare in un determinato territorio: una produzione diretta può essere considerata sempre valida se il calore o l’energia elettrica prodotte non devono applicarsi all’intero sistema di consumo attuato dall’uomo in un certo territorio. Questa soluzione infatti non copre la mobilità che invece potrebbe essere garantita attraverso l’impiego del “vettore energetico”, sia esso un gas combustibile sia esso l’idrogeno più specificamente. L’idrogeno come vettore introduce poi un altro vantaggio: la possibilità di trasferire l’energia, come accade con i combustibili fossili, senza la necessità di progettare e realizzare complesse infrastrutture di trasporto (come accade nel caso dell’energia elettrica).

 

La localizzazione di impianti per il trattamento delle biomasse nel contesto del sistema produttivo italiano impone una serie di riflessioni sia sul tipo di tecnologia scelta, sia sulle dimensioni degli impianti medesimi. In generale impianti di grandi dimensioni sono economicamente più sostenibili in termini economici e finanziari. I costi gestionali di un piccolo e di un grande impianto non sono proporzionali alle sue dimensioni ad esempio. Per questo le aziende impegnate in questo campo hanno la tendenza a proporre centrali del taglio minimo di 1 Mw. Delle centrali di queste dimensioni l’economia non potrà fare a meno in un primo momento.

 

Viceversa è vero che piccoli impianti per la trasformazione delle biomasse, le cosiddette “microcentrali” introducono i seguenti vantaggi:

 

è gestione delle emissioni semplificata e riduzione del rischio (ove applicabile)

è concertazione locale per una migliore comprensione del valore degli impianti per i cittadini

è utilizzo di materie prime locali senza la necessità di ricorrere al sistema di trasporti tradizionale

è coinvolgimento effettivo dell’agricoltura al livello locale e sviluppo di colture multifunzionali ed aziende multifunzionali.

 

Il ruolo dell’agricoltura in questo contesto è fondamentale: le superfici agrarie sono luogo naturale dello sviluppo ed una corretta integrazione per la produzione di biomasse con finalità energetiche è indispensabile. Nello schema che segue sono evidenziate tutte le opportunità di produzione energetica locali e la loro relazione, attraverso l’adozione delle tecnologie più idonee, agli usi finali nel contesto dei distretti rurali e fuori da essi.

 

 

Nello schema successivo sono state isolate due forme di produzione dell’energia che vanno a definire uno “scenario”. Come si vede gli usi finali sono i medesimi. La necessità di utilizzare una forma di produzione in luogo d’un'altra influisce quindi su altri fattori più propri del “dimensionamento”.

 

Va infine considerato che la domanda crescente di energia, accompagnata dalla necessità della sicurezza della fornitura elettrica e dalla riduzione dei gas serra trova  nella crescita della generazione distribuita e nelle tecnologie a fonte rinnovabile quelle componenti essenziali verso uno sviluppo sostenibile.

 

La GD può fornire un’alimentazione elettrica di miglior qualità, ininterrotta ed affidabile. La capacità di ridare potenza in tempi brevi  ad una rete utente e, in futuro, ad isole di distribuzione, porterà ad una maggiore sicurezza del sistema, riducendo i rischi e gli effetti di possibili blackout.

 

La localizzazione degli impianti in prossimità dell’utente finale contribuisce a ridurre la necessità d’investimenti e d’infrastrutture altrimenti  necessarie per aumentare la capacità di trasporto delle reti di trasmissione e distribuzione, consentendo nel contempo la riduzione  delle perdite di rete e dei costi di distribuzione

 

Seguono due schemi riassuntivi che descrivono un potenziale network a gestione distribuita che integra un sistema di buffer ad idrogeno ed uno schema di rete in GD con relative funzioni di controllo. Entrambe gli schemi sono descritti approfonditamente in relazione separata che sarà allegata successivamente.